Diario di un fotografo murettista. Capitolo 5/11 – 44^ Ecce Homo Sternberk
Vorrei iniziare questo 5 capitolo del mio viaggio nell’ Europa salitara ringraziando una persona che con poche semplici parole ha ispirato quello che sto per scrivervi.
Stavolta ci sarà un pò meno racconto e un pò più di riflessione, che mi è uscita fuori in questo viaggio, lungo, stancante, fatto di migliaia di km guidando e lottando contro maltempo, stanchezza, caldo, pessimi caffè e strade non sempre agevoli.
E dopo tanto viaggiare si arriva a Sternberk, cittadina composta, ordinata, pulita, dove nonostante l’enorme voglia di modernità, si notano ancora molti strascichi di un passato non troppo lontano, dove l’austerità del blocco comunista condizionava l’architettura, i comportamenti e la vita delle persone.
Ma la meravigliosa popolazione di questa città nel cuore della Repubblica Ceca sa regalare un calore ed un’ospitalità che a volte si fa fatica a trovare anche a casa nostra.
Il paddock è al centro città, forse troppo pieno, forse confusionario ma si fonde perfettamente con tutto, con la vita ed è curioso notare come nelle vie poco distanti la vita di chi non può o non vuole partecipare al venerdì saltiamo continui in maniera distaccata la propria vita. Sembra di essere in un universo differente, distante, dove il passo lento delle persone che portano la spesa a casa o che tornano da lavoro contrasta e si allontana dalla frenesia dei meccanici all’opera, delle verifiche, del rumore di avvitatori, smontagomme e sponde idrauliche.
Ragazzi curiosi, vecchi che parlottano seduti su di una panchina con una birra in mano o che camminano lenti tra le vetture commentando, chissà, forse le vecchie edizioni dove Nesti, Adameck, Vilarino la facevano da padroni su questo percorso folle, velocissimo, spettacolare.
Si, perché il percorso di Ecce Homo è BELLO, fatto di tratti con velocità assurde, di curve da fare al limite e di tratti dove un millimetro può fare la differenza tra il tempone e il carro attrezzi.
Ed in tutto questa frenesia una cosa ha attirato la mia attenzione.
Girando con la mia mirrorless tra le tende mi sono imbattuto in una cosa alla quale, lo scorso anno, non avevo dato peso.
Una fila di bambini che curiosi ed intimoriti, girava ordinatamente per il paddock guidati da due maestre sorridenti e felici.
Il cappellino per proteggersi dal sole, uno zainetto colorato alle spalle, mano nella mano con il compagno davanti e dietro, un pass al collo che era enorme sui quei piccoli corpicini.
Questi piccoli miracoli si fermavano a guardare ammirati ogni vettura, a scrutare, con la curiosità in quegli occhi luminosissimi, ogni gesto di chi lavorava veloce sotto quelle tende, chiedevano qualsiasi cosa potesse ricordare quell’incontro, una cartolina, un adesivo, un qualsiasi gadget. E tenevano quelle cose strette al petto quasi avessero paura di perderle, quasi fossero delle reliquie.
Mi sono fermato a pensare, a poche semplici cose: quanti di noi oggi guardano le nostre amate salite con quegli occhi, quanti di noi riescono a viverle lasciando da parte per una volta tecnicismi, rivalità, cattiverie, guerre inutili e stupide.
E mentre guardavo questo gioioso “millepiedi” muoversi tra le vie di Sternberk ho incontrato una persona con cui non ho mai avuto il piacere di parlare davvero. Un tifoso italiano, che sta portando suo figlio in giro per l’Europa, orgoglioso di tenere in mano una bandiera italiana, per fargli conoscere cosa sono davvero le salite, cosa c’è di più oltre i passaggi di sabato e domenica.
Si perché a volte ci dimentichiamo di quanta meravigliosa umanità ci sia nelle nostre salite, l’unica specialità che ci permette di essere fianco a fianco con i nostri beniamini, che ci permette un rapporto umano con loro, di parlare, di conoscerli e ancora di più ci permette di girare l’Europa e di conoscere le differenze, culturali, gastronomiche, anche alcoliche per i più viziosi.
Le salite sono crescita se affrontate con gli occhi di un bambino, crescita intellettuale, morale e se vogliamo usare un termine molto in voga oggi sono inclusive perchè si, non importa che tu sia italiano, francese, polacco o spagnolo, se sei seduto sull’erba accanto a me e ti emozioni per un passaggio da paura sei mio fratello.
Avrei potuto raccontarvi dei camion apripista, degli eventi collaterali, del drifting, delle tende e la musica di notte sul percoro e poi si, la gara sappiamo tutti com’è andata, i colpi di scena, le prestazioni, i tempi e se dovessimo scordarli ci sarà l’internet a ricordarceli ma quello che ho vissuto in questi 3 giorni sarà impresso a fuoco, come sarà impresso a fuoco lo sguardo di quei bambini, lo stesso che avevo io 40 anni fa alle edizioni europee della Coppa Teodori.
Viviamo come loro, facciamo tornare in noi la meraviglia, educhiamoli ad amare le salite ed educhiamoli a rispettare questa disciplina che è grande e bella quanto il mondo e lottiamo ogni giorno perchè in Italia la generazioni di piccoli tifosi non si perda tutto questo, perchè diciamocelo, mentre in tutta Europa si attrae gente qui da noi si allontana chissà per quale curioso motivo.
Mentre scrivo questo racconto anomalo mi viene a mente una frase di un libro, quello che racconta la vita e le imprese di un pilastro delle cronoscalate, il mio idolo (non me ne vogliate), Fabio Danti.
E nel suo giorno, nel 25° anniversario della sua scomparsa vorrei lasciarvi con una citazione, una frase scritta in maniera meravigliosa da Mario Donnini.
“Gli occhi.
Quando vedi sfrecciare un pilota e sei fanciullo, istintivamente cerchi i suoi occhi. Ti bastano quelli. Ti aiutano a capire tutto. Perché sono le spie felice di un uomo che sta galleggiando tra endorfine gioiose. Pupille come francobolli d’ infinito a raccontarti che correndo potrai crescere restando bambino.”
Ricordiamoci di questo, tiriamo fuori quegli occhi curiosi ed educhiamo i nostri figli con i VERI valori delle salite.




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