Diario di un fotografo murettista. Capitolo 2/11 – Rechbergrennen 2025

Ci credete che non sono mai stato tanto in difficoltà a scrivere di una gara? I tempi stretti dei social cozzano con le migliaia di cose che avrei da dire e raccontare.

Ma voglio partire con una frase di Fabrizio De Andrè: “Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”.

La sacrosanta verità di questa frase, di uno dei più grandi poeti del secolo scorso, viene modificata, rielaborata da questa gara. Al Rechberg, dal letame, non solo nascono i fiori, ma vengono fuori diamanti splendenti, luminosi, preziosissimi.

La differenza è nella mentalità, perché per loro non è una salita, per loro è Il GRAN PREMIO DI AUSTRIA DELLE SALITE e così lo organizzano, in maniera maniacale, curando ogni più piccolo aspetto, ogni sfumatura.

Ma partiamo dall’inizio. Furgone carico come una petroliera, prima i bagagli, poi i viveri nostrani per combattere la gastronomia austriaca, poi il materiale umano. Tutti dentro e si parte, il giovedì mattina, con tutta la calma del mondo perché questa è una gara da non vedere stanchi, in maniera distratta e assonnata ma va vissuta con tutti i sensi attivi. E’ come un vino dai 1000 aromi da assaporare, sorso dopo sorso.

La strada è tanta, 1000 km che volano tra l’alba, il caldo, le montagne, la pioggia, il sonno, un pranzo consumato in area di sosta in mezzo ad un pò di foschia. Poi si arriva a Tulwitz, un paesino che ha più mucche che abitanti, dove l’odore di letame (e da qui la frase del Faber) è prepotente, un paesino che oltre alle case rurali ed alle stalle, ha solo un ristorante e la caserma dei pompieri.

Piove, la pioggia continua ad accompagnare questo fine settimana europeo ma nulla ci ferma dal girare curiosi.

Sapete dov’è la magia? Un piccolo paese, di estrazione contadina, che sembra fermo alla notte dei tempi si anima e ospita il meglio del motorsport salitaro europeo. Le vetture più tecnologiche, preparate, dove tecnica, ingegneria, aerodinamica non sono cose da tuning e da raduno al centro commerciale (non tutte almeno) ma hanno una funzione specifica, servono a condurre su uno dei percorsi più veloci (ma senza chicane, ops) e tecnici che abbia mai visto, il meglio dei piloti del vecchio continente.

Che dite, facciamo un gioco? Nota le differenze!! Io descriverò il venerdì austriaco e voi paragonatelo ad uno italiano.

L’appuntamento classico per il giro paddock è al tendone che è al centro del paesino, é abbastanza presto e l’odore della colazione, importante e diverso, si fa strada dalla griglia. L’aroma di uova e bacon ci assale, ma noi da buoni italiani dobbiamo fare una colazione degna delle nostre origini, un panino e una birra stanno sempre bene.

Iniziamo a girare a piedi, con gli ombrelli che ci coprono alla meno peggio, scoprendo i tanti paddock dispersi nei prati, nei garage, nelle stalle, nei parcheggi. Il fango è tanto, la terra diventa sempre più molle man mano che la pioggia aumenta ma nessuno si lamenta. Sono tutti allegri, chiusi nei loro stivaloni immersi nella fanghiglia. Alcuni asciugano le loro auto da gara e si fermano quando passiamo noi, non vogliono coprire il loro mezzo. Altri ci aprono la tenda, altri ci aprono la macchina, ci fanno fotografare i particolari, sono accoglienti, sempre sorridenti. Un pilota ceco, ci ha addirittura regalato dei laccetti portapass perché.. oddio , non lo so perché, lo ha fatto e basta, parlando un italiano stentato che sembrava ripreso da un film americano sulla mafia.

E intanto continua a piovere.

Camper e carrelli arrivano, si i camper perché fuori preferiscono così, creare gruppi e situazioni più amichevoli ed intime, cenare insieme con una grande grigliata a ridere e scherzare circondati dalla magica atmosfera del paddock e non in un anonimo ristorante. Non esistono rivalità, solo amici con cui condividere una passione.

Gli spunti per fotografare sono molti ma la pioggia ostacola un pò la cosa. Continuiamo a camminare e girare in quella festa multietnica e multicolore salutando e ritrovando vecchi amici provenienti dai 4 angoli del vecchio continente.

Il sabato e la domenica arrivano. La competizione sulla strada è tiratissima, ci sono errori, passaggi spettacolari dovuti al fondo viscido e freddo e diciamocela, per trovare 10 “fermi” qui è davvero difficile. Ogni vettura ha un sound, un’estetica, è riconoscibile e personale. E tutti si buttano su questa lingua d’asfalto tirando ogni cavallo, dando tutto a costo di portare a casa pezzi di auto in uno scatolone. Nel frattempo decine di migliaia di persone incitano ogni pilota seguendo la gara sui maxischermi presenti sul percorso, urlando quando qualcuno arriva a velocità incredibili nei punti di staccata. Ah si, ci sono diversi display che fanno vedere al pubblico le velocità di punta nei vari punti veloci del percorso.

E noi operatori media siamo rispettati, possiamo lavorare portando a casa il nostro lavoro, nei modi e nei tempi che abbiamo deciso, perché come dice la mail di ringraziamento che l’addetto stampa manda dopo la gara “la Rechbergrennen è stata una grande gara anche grazie al nostro lavoro”.

La gara si conclude, lascio al resoconto tecnico dei miei colleghi della pagina l’onore dei vincitori. Ma ora il capolavoro si compie: le decine di migliaia di spettatori si riversano in strada ad aspettare il serpentone delle auto che dai, diciamocelo con sincerità, non è pericoloso come vogliono farci credere in Italia.

Bambini che cercano il “cinque” dei loro beniamini, bandiere che sventolano, applausi a chiunque, un fiume di 5 km che ha ogni colore ed ogni emozione del mondo. E noi con il nostro tricolore, orgogliosi di essere la patria di piloti vincenti, da sempre, in questo campionato ed in questa domenica.

E’ talmente emozionante, nuovo, assurdo che è impossibile da descrivere e non vi nascondo che gli occhi diventano lucidi ogni anno, non ci si abitua mai a tanta meraviglia.

Driver da 16 nazioni, oltre 250 partenti, oltre 70.000 persone sul percorso nonostante il freddo e la pioggia di sabato, nonostante il vento di domenica. Nemmeno il miglior scrittore potrà mai descrivere la profondità di certe emozioni, ciò che si prova in un contesto come questo.

Fermi, non muovetevi.. so già cosa state pensando. Eh ma la distanza, ma il biglietto, ma le postazioni per il pubblico, ma le auto..

Tutto ciò è bellissimo perché mi fa capire che il livello delle salite italiane ha appiattito anche il cervello di alcuni che pensano che in Italia ancora abbiamo le migliori macchine e i migliori mezzi.

La distanza? Se siete DAVVERO appassionati nessuna distanza è troppa. Il biglietto? 42 euro per avere maxischermo, speed trap, bagni puliti, punti di ristoro, camminamenti puliti e sicuri lungo tutto il percorso, parcheggi, fonica o 20 euro in tante gare per non avere nulla?

Le postazioni per il pubblico? Sono comunque più vicine di quelle in Italia e sono su tutto il percorso. Si vede tanta strada, si vede chi guida, si vedono curve, allunghi. Non si deve sperare di trovare il commissario amico per vedere qualcosina in più.

Ed infine.. le auto? Auto direi che è riduttivo, sono mostri, belle, curate, rumorose, studiate ma ancor meglio DIVERTENTI da vedere.

Il viaggio di ritorno è silenzioso nel “problemi bus” siamo tutti con gli occhi a fissare la strada che scorre, con il cervello intasato a cercare di elaborare e sistemare le migliaia di immagini, di informazioni e di emozioni vissute in questo fine settimana. Un piatto di tagliatelle spezza le 10 ore di viaggio perché si, un difetto deve esserci, nessuno è perfetto. A Tulwitz non si mangia benissimo!!

Alla fine di questo racconto criticatemi, insultatemi ma non mi muoverò mai dalle mie posizioni, se poi volete qualche informazione in più sapete dove trovarmi, sapete chi sono.

Avete presente salitari italiani, si dai, quelli da divano, quelli che sanno tutto guardando le dirette? Vorrei tanto portarli in posti come questi e vederli tornare bambini, come quelli che cercano il 5 dei piloti al serpentone.

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